|
QUESTA FIABA ME LA RACCONTAVA SPESSO MIA MAMMA QUAND'ERO PICCOLA ... RICORDAVO ORMAI SOLO POCHI PARTICOLARI , MA NE RIMASI AFFASCINATA .ORA LA OGLIO CONDIVIDERE CON VOI.
Le piante a volte sono prese a simbolo di una mentalità radicata profondamente nella cultura di un popolo. La quercia, ad esempio, simboleggia per noi fortezza nelle avversità, perché affronta le bufere senza farsi piegare: di un uomo di carattere si dice «quell'uomo è una quercia», oppure «si spezza ma non si piega».
La sensibilità dei giapponesi è all'opposto. Essi raccomandano: «Nelle avversità fa' come il salice che asseconda la furia dell'uragano piegandosi di qua e di là, secondo il vento tira; poi, passata la tempesta, ricompone i suoi rami». Quindi, sii arrendevole. «Al salice affída / ogni moto dei cuore» canta il poeta Bashó (1 644‑ 694) influenzato dalla stessa dottrina taoista della arrendevolezza. Ma nel Giappone shintoista le piante possono essere anche oggetto di venerazione perché si crede siano abitate da un'anima divina chiamata Kami.
Il samurai Matsudeira era padrone di una delle più belle case in legno costruite a Kyôtô, l'antica capitale; ma ciò di cui menava gran vanto con gli amici che venivano a visitarlo era il giardino. Non è che ci fosse molto verde, o fiori dai colori variopinti, anzi; guardandolo dalla stradicciola che conduceva alla staccionata d'ingresso, si potevano scorgere alcune rocce contorte con attorno uno spazio occupato da sola sabbia. La sabbia veniva passata col rastrello ogni mattina, cosicché mostrava piccoli solchi regolari che andavano restringendosi gradualmente contro la roccia: di primo acchito suggeriva l'immagine di un mare quieto che spingesse le onde verso la scogliera.
Il verde c'era, ma come incorporato alla casa: il pratino di velluto segnato qua e là dalle pietre grige, collocate a piatto ad un passo breve l'una dall'altra, perché gli ospiti vi potessero camminare a loro agio; un ciuffo di bambù accosto a una parete rientrante della casa, un filo d'acqua che perennemente cadeva dall'alto da una canna spaccata a metà. L'acqua fluiva poi sotto un ponticello arquato laccato di rosso, verso un piccolo lago; e, a ridosso del lago, si poteva ammirare uno splendido salice piangente che con le sue chiome cinerine raggiungeva il pelo dell'acqua.
‑ Il salice! ‑ borbottava fra sé Matsudeira. Per tanto tempo si era sentito orgoglioso di quell'albero; era la prima cosa che mostrava agli ospiti di riguardo prima di accoglierli in casa; ma un brutto giorno, senza causa apparente, sua moglie si ammalò; poi il figlioletto, correndo in giardino, cadde e si ruppe una gamba. Queste sciagure non potevano essere provocate da ostilità da parte del salice? Così, meditando e meditando, Matsudeira fini per persuadersi che si doveva abbattere quell'albero al quale forse era troppo affezionato.
Si recò in visita al samurai Inabata, amico e vicino, di casa, e gli confidò la sua decisione.
‑ Oh! non fatelo! ‑ disse Inabata ‑ rischiereste di uccidere un'anima. Quell'albero è splendido; piuttosto, se credete, potreste venderlo a me.
Matsudeira accettò e Inabata fece trapiantare il salice nella sua proprietà. L'albero ben presto allungò le radicí sotterra e rifece le sue chiome cadenti sempre più lunghe e folte.
Il samurai Inabata non aveva figli; la moglie gli era morta giovanissima, subito dopo il matrimonio.
Un mattino che la luce aveva ormai invaso tutto il giardino, con sua sorpresa vide appoggiata al tronco del salice una donna di rara bellezza: aveva capelli neri, sciolti sulle spalle, un viso ovale perfetto e sorrideva con dolcezza.
Il cancello che immetteva nel giardino era ancora sprangato, esattamente come l'aveva lasciato lui la sera precedente... E allora, come poteva essere entrata? Salutò cortesemente la signora che subito rispose con altrettanta cortesia. Ella accettò poi di seguirlo in casa e bevve con lui una tazza di tè verde.
Non passarono venti minuti che il samurai, conquistato dal fascino ammagliante di lei, la pregò di diventare sua sposa. Ella acconsenti.
L'anno successivo nacque un bambino bellissimo. e dopo che furono trascorsi i giorni di rito per l'imposizione del nome, babbo e mamma ebbero la medesima idea: lo chiameremo Yanagi, Salice.
Per cinque anni la famigliola visse felice.
Intanto nel tempio buddhista Sanjusangendo, affollato di ben 33.333 immagini di Kannon, la dea della misericordia raffigurata con un bambino in braccio, misteriosamente si spezzò una colonna. Il Daímyó di Kyôtô, avvertito dell'accaduto, non nascose la sua preoccupazione.
Convocati immediatamente a palazzo, tutti i bonzi del tempio furono invitati ad esprimere liberamente la loro opinione. Il crollo inspiegabile della colonna poteva essere interpretato come un triste presagio? I bonzi risposero di no; pur tuttavia la colonna bisognava sostituirla prima che in cielo s'affacciasse la luna nuova; ma stavolta il legno doveva essere di salice, di salice piangente.
Il Daímyò fece cercare l'albero dagli stessi bonzí che gli indicarono il salice di Inabata. Andò a vederlo nel giardino del suo vassallo e ne rimase incantato: un salice così splendido con le chiome lunghe e sottili come i capelli di una donna, non l'aveva visto mai. Ma non poteva procrastinare la decisione presa, né c'era tempo per cercare altrove; ordinò quindi di farlo abbattere e trasportare al tempio.
Inabata si rattristò al pensiero di dover perdere il più bell'ornamento del suo giardino, tuttavia s'inchinò ubbidiente: come samurai non aveva egli professato per tutta la vita fedeltà assoluta al suo signore?
Quando il Daimyó se ne fu andato, la sposa di Inabata raggiunse il marito in giardino. Aveva gli occhi colmi di malinconia e la tenerezza nella. voce:
‑ Devo farti una confidenza, mio signore... Tu non mi hai mai domandato come io sia venuta da te. Ora non posso più conservare il segreto. Io sono... sono l'anima di quel salice. Quando hai dissuaso Matsudeira dall'abbatterlo, ho avvertito per te la prima volta un sentimento di gratitudine crescermi dentro e via via dilatarsi quando mi hai accolta a vivere accanto a te. Sono stata fatta partecipe della tua esistenza, ci siamo sposati, abbiamo avuto un bambino adorabile, il piccolo Yanagi Ora so che devo morire perché tu non puoi né devi disobbedire al Daimyo tuo signore. Ti lascio il meglio di me stessa, il piccolo Yanagi. íl pensiero che lo amerai sempre e amerai me in lui addolcisce il dolore della separazione.
‑ No, no! ‑ gridò Inabata. ‑ Non puoi lasciarmi...
Allungò le braccia nel tentativo di trattenerla ` ma ormai non era più una donna: era un fantasma che s'allontanava sussurrando teneramente l'ultima parola:
‑ Addio!
Il fantasma indietreggiò adagio verso il salice ‑‑ vi si perdette dentro.
Arrivarono i taglialegna, incisero profondamente il tronco con i primi colpi d'ascia.
Inabata si sentiva morire. S'era messo a gridare scompostamente come fosse uscito di senno: ‑ Ascoltate, fermatevi un momento, taglialegna!
L'afferrarono, lo ridussero all'impotenza. La sua disperata resistenza fu vana. I taglialegna ripresero subito il lavoro. Poco dopo si udì un fruscio improvviso accompagnato da un tonfo. L'albero giaceva al suolo. Non restava che caricarlo sul carro tirato dai buoi per portarlo al tempio. Ma l'albero, steso al suolo, resisteva ad ogni sforzo; a dire il vero nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse così Pesante.
I taglialegna cercarono aiuto nelle case vicine. Giunsero altri venti uomini, ma non si riuscì a smuovere l'albero.
Furono subito informati i bonzi che si precipitarono nel giardino di Inabata con un gran numero di fedeli. Legarono una corda al tronco, e trecento uomini si misero a tirare fino a sfiancarsi; ma l'albero restò fermo, non si mosse d'un solo centimetro. Inabata ed il suo figlioletto di quattro anni osservavano lo strano spettacolo.
Il piccolo Yanagi allora si staccò dal padre e corse trotterellando verso il salice; si chinò, ne carezzò le foglie argentate; poi, afferrando un ramo con la manina, disse:
‑ Oide, vieni!
L'albero cedette alla dolcezza della piccola mano, si mosse, strisciò sul terreno.
I taglialegna, i trecento uomini accorsi ad aiutare, i bonzi del tempio e lo stesso Inabata non nascondevano il loro stupore. Guardavano l'enorme salice seguire docilmente, il bambino, come condotto per mano, fin nel cortile del tempio dedicato a Kannon, la dea della misericordia.
|